Tra le attività inerenti al progetto “Arte per strada” è stata effettuata, in classe, una selezione delle fotografie scattate, volta a stabilire quali murales potessero essere definiti delle vere e proprie opere d’arte e quali invece fossero dei semplici graffiti di scarso valore: alcune opere erano approvate immediatamente per il loro indiscutibile impatto visivo, ottenuto dall’artista tramite un uso sapiente della tecnica, molte altre erano scartate alla prima occhiata, mentre alcune necessitavano di un’analisi più approfondita, in quanto potevano apparire banali ad uno sguardo superificiale, ma rivelare dettagli significativi se osservate con attenzione.
Nonostante l’apparente semplicità della scelta, abbiamo riscontrato quanto talvolta il confine tra arte e scarabocchi sia labile e difficile da tracciare con precisione: ciò, tuttavia, non si nota solamente nei contesti urbani e poco conosciuti come i nostri, bensì anche in ricche collezioni e musei prestigiosi. Mi è capitato infatti, in molteplici occasioni, di visitare mostre dedicate ad artisti universalmente conosciuti ed apprezzati e individuare opere che non spiccassero per la maestria della tecnica o per la complessità del soggetto, e di una tale irrilevanza da rendere quasi impossibile individuarne il messaggio. Queste esperienze, pertanto, sono sempre entrate in conflitto con l’idea di opera d’arte che vive nel mio immaginario, ovvero di un oggetto dotato di caratteristiche inequivocabili e oggettivamente riconoscibili che lo denotino come meritevole di ricevere tale titolo. Se, per esempio, fossi posta dinanzi ad una tela monocolore, mi risulterebbe difficoltoso definirla un’opera d’arte; anche se, in seguito, mi fosse rivelato che la sfumatura di giallo utilizzata oppure le misure della tela hanno un preciso significato, i miei dubbi non sarebbero fugati. Infatti, il messaggio in questione non potrebbe in alcun modo essere compreso, o almeno intuito, da parte dell’osservatore e, soprattutto, un’”opera” di tale genere non necessita di alcuna competenza specifica per essere realizzata.
Forse è stato sfiorato dalle mie stesse perplessità quel visitatore del Guggenheim Museum di New York, il quale recentemente ha lasciato una delle sue scarpe Converse in uno spazio libero di una sala, per poi vedere uno stuolo di persone accalcarsi attorno ad essa per osservarla e fotografarla. Tale episodio testimonia come, soprattutto nell’arte contemporanea, il concetto di opera d’arte sia incerto e arbitrario; probabilmente i presenti si sono interrogati persino sul significato che l’inclinazione della scarpa, il suo grado di usura, la disposizione dei lacci, la marca e il modello potessero celare, ignari del fatto che l’attenzione che stavano rivolgendo all’oggetto fosse dettata soltanto dalla sua ubicazione.
É ciononostante innegabile che le opere siano influenzate dal contesto socio-economico del periodo storico in cui sono create, pertanto alcune di quelle che risalgono a un recente passato rischiano oggi di essere erroneamente etichettate
come banali o prive di significato. Ad esempio, qualcuno potrebbe muovere tali critiche alle opere di Andy Warhol: stampare più volte la stessa immagine, modificandone semplicemente i colori, non richiede particolare talento. Tuttavia, ciò che rende “arte” i lavori del pop artist risiede nella carica innovativa che essi contenevano, sia nell’aspetto sia nel messaggio, ovvero la denuncia nei confronti del consumismo americano, che rese gli oggetti comuni e la vita quotidiana identici per tutti e trasformò i personaggi pubblici, come Marilyn Monroe, in icone, privandoli del loro lato umano e rendendoli veicolo di messaggi stereotipati. L’immagine di una comune latta di pomodori pelati, stampata in serie, assumeva dunque un significato che esulava dall’oggetto in sé, e la cui interpretazione era piuttosto agevole per il pubblico dell’epoca, il quale leggeva nell’opera uno o più aspetti della propria realtà.
La stessa immediatezza comunicativa tra artista e spettatore è riscontrabile in Keith Haring, un altro pop e street artist che operò negli anni ‘80, conosciuto universalmente per il suo stile inconfondibile. Chiunque percepisce come familiari quegli omini dalle forme stilizzate e dai colori sgargianti, racchiusi all'interno di spesse linee nere come i personaggi di un cartone animato: si tratta di immagini ormai tanto inflazionate che non ci si interroga sul possibile messaggio che esse potrebbero celare. Siamo infatti abituati a vederle su magliette, zaini, spille, o persino tatuate sulla pelle delle persone; l’artista, invece, era solito dipingerle sulle pareti delle stazioni della metropolitana di Manhattan, negli spazi vuoti lasciati dai manifesti pubblicitari scaduti. Gli omini, i cani, i cuori comparivano da un giorno all’altro davanti agli occhi stupiti dei pendolari, dei turisti, di chiunque facesse uso del trasporto pubblico: attiravano dunque la curiosità, o almeno gli sguardi, di migliaia di persone che, al posto dei soliti pannelli neri, trovavano ora un tripudio di colori. Si trattava di una sorpresa capace di suscitare emozioni in un individuo comune che, forse stanco e assonnato, si recava alla stazione per dirigersi al lavoro. La stessa sensazione di stupore colpì anche me quando, da piccola, fui introdotta dai miei genitori alle opere di Haring: ne rimasi affascinata, sebbene solo dal punto di vista estetico, l’unico che fossi in grado di comprendere. Le peculiari caratteristiche delle opere catturano dunque l’attenzione dell’osservatore, per portarlo tuttavia ad un livello successivo, oltre quello meramente emotivo ed istintivo (e forse persino infantile), che gli permetta non solo di guardare l’opera, bensì di vedere l’idea dell’artista. Infatti, le pose e le azioni di quei personaggi, apparentemente muti ed ingenui, non erano mai casuali: racchiudevano dei forti messaggi sociali inerenti all’attualità dell’epoca, come la lotta all’AIDS, e messaggi universali e senza tempo quali la battaglia contro le droghe, l’importanza della pace e il potere dell’amore come motore del mondo. Su questo filone si pongono le parole di Banksy, uno dei maggiori esponenti attuali della street art, il quale sostiene che “l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”.
Con i suoi colori, l’arte contemporanea deve mettersi in mostra, supplendo con l’originalità all’informalità criticata dai molti che
reputano “artistico” solo ciò che si trova entro i confini di un museo o che corrisponde ai canoni del passato. Così facendo, può penetrare la corazza della quotidianità e rompere quegli equilibri interiori che spesso sono deboli o fittizi. Il “disturbato”, dunque, potrà comprendere con sollievo che il proprio dolore è condiviso, e che i suoi problemi sono riconosciuti da qualcun altro, l’artista, il quale si è attivato per renderli noti e liberarli dal velo di indifferenza che li copriva. Velo che, una volta scostato, esporrà il “comodo” di fronte a verità che in fondo conosceva, ma che si sforzava di ignorare per non intaccare il suo fragile senso di sicurezza.
ARIANNA SOLE FAVERO